Testimonianze

Perché una Fondazione

Ci sono persone che ti sembra di conoscere da sempre. Alessandro Fersen mi sembrava di conoscerlo anche da prima.

In quella Roma degli anni Cinquanta, mentre venivo scorrazzato da mia madre su e giù per il Pincio, lui era già nello studio di mio padre, che iniziava a cimentarsi nella emergente professione di dottore commercialista, a far quadrare i conti, o almeno a tentare di farlo, alle prese con idee che cercavano di diventare attività come il cabaret-teatro I Nottambuli a Via Veneto.

Così da ragazzo, quando dalla commedia all’italiana al sessantotto scorrevano anni in cui i libri di scuola impedivano il mio ingresso, ipotizzato ma rimasto solo desiderato, al mitico Studio Di Arti Sceniche, Alessandro Fersen era nome presente sia nelle parole sentite che nelle fantasie.

E poi tra dichiarazioni dei redditi e bilanci, lungo un trentennio dove l’ho incontrato nelle vesti di praticante e poi di collaboratore del titolare e poi di successore, secondo metamorfosi imposte dalla vita, mentre immutabile trovavo la compagnia della sua parola e della sua figura.

Tante le storie e le situazioni condivise in ragione delle conseguenti derivanze tributarie o societarie, tanti gli incontri e le ore passate in dialogo, dirimpettai sulla mia scrivania.

Ore in cui non è mai mancata la parola in più. Il fatto in più narrato a dar senso vero alle cose. A volte anche lo stato d’animo.

Negli anni novanta, in particolare, quando lo interrogavo sulla sua refrattarietà alla visibilità, a partecipare a tutto quello, televisione o altro, che per i più sembrava essere scopo primario e ragione di vita, mi rispondeva sempre ed inderogabilmente con il sottolineato desiderio del voler dedicare tutto il suo tempo allo scrivere, al giusto riordino della sua opera, alla sua compiuta trasmissibilità.

Perciò una fondazione.

Per dare un contributo a che questo avvenga.

Per fare da supporto a quanti sentano di dare il loro contributo.

Ma anche, a esser sinceri, perché quanto è stato continui in qualche modo ad essere con la compagnia della sua parola e della sua figura.

 

Ho conosciuto Alessandro Fersen quando teneva la sua scuola in via Sant’Eligio, una piccola traversa di via Giulia. E ho assistito ad alcuni momenti delle sue lezioni.

In particolare mi ha colpito, del suo magistero, il rapporto che instaurava con gli allievi: un filo diretto fra lui e ciascuno di loro. Era il suo sguardo a indagare nell’altro, come se volesse estrarne le capacità più profonde e nascoste, forse ignorate, dell’attore. In questo incontro con l’allievo lo sentivo analogo al mio maestro Orazio Costa, che per strade del tutto differenti cercava di sollecitare nell’attore le sue più ampie potenzialità creative.

Il metodo di Fersen – e in particolare il mnemodramma nelle sue diverse accezioni – toccava punti insondati della personalità alla ricerca dell’interiorità dell’uomo, da lui considerato sede nativa dell’evento teatrale: se non fosse stato Fersen in persona a guidare lo svilupparsi del fenomeno creativo, questo genere di esercizi avrebbe potuto degenerare in uno sbandamento psichico.

Fersen partiva dal singolo individuo per lavorare poi a dare impulso al complesso collettivo degli attori. E dall’attore riteneva necessario partire in modo rinnovato, lasciandogli libertà creativa, per rivitalizzare una forma espressiva – quella del teatro – che non si riconosceva più nelle sue origini “mitiche”, ma neppure queste origini le aveva sostituite.

Qui si inserisce la sua idea – che va al di là degli anni in cui operava e soprattutto anticipa sviluppi al di là del nostro tempo – che si torni a realizzare nella nostra società un autentico “insieme teatrale”, che riunisca la solitudine del laboratorio alla concretezza della vita teatrale, nella quale sia essenziale la comunicazione in sintonia con il pubblico.

La riflessione sulla crisi di una drammaturgia che rispecchi davvero una consonanza collettiva pervade la sua ricerca e si fissa nei suoi scritti, in particolare nel libro II teatro, dopo, in cui in definitiva Fersen mette in risalto la scomparsa moderna di un teatro inteso come atto di fondazione ontologica, mancando la quale il teatro si fa superfluo, addirittura inutile.

Questo libro, pubblicato da Laterza nel 1980, anticipa fra l’altro le difficoltà di un teatro dalle anime multiformi, in contrasto e in confusione; esso andrebbe ripubblicato, forse con l’inserimento di apporti che operatori e studiosi possano sviluppare a seguito di quanto proposto dall’Autore, e a verifica della situazione attuale.

Nell’auspicio di una rinnovata fondazione del teatro in cui la collettività si trovi solidale e vi si riconosca, Fersen lascia aperto uno spazio di discussione e soprattutto di impegno, che non può che essere anche politico, per chi verrà dopo di lui.

Un ricordo umano e professionale

Gentile Ariela,

ci siamo conosciute alla Biblioteca Comunale di Piazza dell’Orologio in Roma qualche anno fa quando fui chiamata a portare la mia personale testimonianza in Omaggio ad Alessandro Fersen.

Oggi è un giorno particolarmente importante per Lei. Mi permetta a mio modo di accompagnarla anch’io nel ricordo di suo Padre.

Mi diplomai allo Studio di Arti Sceniche di Alessandro Fersen nel Giugno del 1978 con il saggio Dimensione perduta al Museo d’Arte Moderna di Roma. Con Fersen ho lavorato intensamente per due anni pieni: avevo scelto la sua Scuola a Sant’Egido perché rappresentava la vera e propria innovazione nel panorama della formazione dell’attore nel nostro Paese. Oltre agli orari accademici ho anche avuto modo di trascorrere con il mio Maestro lunghe ore a Via Garibaldi per aiutarlo nel riordino di materiali di studio, cartacei, filmati, nella traduzione di articoli rarissimi, per scambiare idee e progetti e ad ascoltare i racconti delle sue esperienze teatrali all’estero a contatto con personaggi che hanno lasciato segni importantissimi nel campo della teoria e della pratica teatrale, personaggi che hanno fondato l’attore moderno. Conservo gelosamente il mio diario di appunti e un nostro epistolario accademico che mi è molto caro. «A me, in sostanza, interessa “conoscere” ragazzi»: questo amava ripetere a noi studenti. Sono grata a Fersen per avermi insegnato le tecniche di scena e creatività e onorata di avere goduto della sua personale stima artistica e umana. Fu il dottor Fersen, oltre a Marceau, a incoraggiarmi a continuare nella ricerca, ed è quello che faccio da trent’anni. Gli devo molto. Alessandro Fersen , suo padre, è spesso presente nelle mie lezioni.

Alessandro Fersen e la nascita del mnemodramma

Alessandro Fajrajzen, in arte Alessandro Fersen, è tra i principali Maestri della scena teatrale occidentale del XX secolo. Il suo mnemodramma segna una pietra angolare in quel processo di trasformazione delle tecniche di recitazione iniziato da Stanislavskij e poi in vario modo ampliato e modificato da altri grandi del Teatro come: Artaud, Craig, Mejerchol’d, Vachtangov, Grotowski.

Possiamo dire che nella sua vita si concentra tutta la storia drammatica di un secolo attraversato da ben due guerre mondiali. Infatti Alessandro Fajrajzen nasce nel 1911 a Łódź, in Polonia, da una famiglia ebraica. A soli tre anni si trasferisce con la famiglia in Italia, a Genova, dove frequenta la scuola elementare, il liceo e l’università. Dopo la laurea in filosofia va a Parigi dove frequenta il cartel, cioè quel sodalizio artistico fra registi come Dullin, Jouvet, Baty, Pitoev, Copeau, nato intorno al 1930 per contrastare il teatro commerciale e accademico di matrice ottocentesca. Da Parigi si sposta a Varsavia e in Bielorussia da dove riesce miracolosamente a fuggire nel 1939 prima che si chiudano le frontiere a causa della guerra scatenata dalla follia criminale nazista. Per Alessandro Fersen inizia così il periodo della lotta antifascista che lo vede unirsi al gruppo di intellettuali fondato da Carlo Rosselli e Giuseppe Rensi. All’inizio del 1943 entra nella resistenza e dopo poco è costretto a rifugiarsi con la famiglia in Svizzera. Seguono vari pellegrinaggi da un campo profughi all’altro finché nel 1945 ritorna in Italia dove Sandro Pertini lo propone come segretario del CLN per Genova e la Liguria. Fersen accetta l’incarico e contemporaneamente collabora al “Corriere del Popolo” ma ormai tutto il suo interesse è rivolto al teatro. Nel 1947 mette in scena la commedia Lea Lebowitz che ha rielaborato da un’antica leggenda chassidica con la scenografia e i costumi di Emanuele Luzzati, suo grande amico e collaboratore, e da questo momento ha inizio la sua prodigiosa attività teatrale come regista, drammaturgo e infine pedagogo. Infatti nel 1957 fonda a Roma lo Studio Fersen di Arti Sceniche in cui inizialmente applica il metodo Stanislavskij che poi abbandona perché lo ritiene troppo influenzato dal naturalismo e dal positivismo dell’inizio del secolo. Egli ritiene che il teatro moderno abbia perduto il potere di incidere sul comportamento dell’uomo nel mondo e sia diventato una sorta di attività solo estetica, ludica. È convinto che per una vera, totale rinascita del teatro occorra fare riferimento all’antropologia, l’unica scienza in grado di aiutare il pedagogo a formare un nuovo tipo di attore capace di riacquistare la memoria ancestrale perduta, comune a ogni essere umano, riappropriandosi dell’atto teatrale primigenio, quello dell’«Uomo che si immedesima nel dio, che diventa il dio». A questo punto Alessandro Fersen affronta un lungo e faticoso viaggio in Brasile dove studia la magia e i riti ancestrali ancora praticati presso le popolazioni indigene. Ma ecco come egli stesso descrive le motivazioni della sua lunga e complessa ricerca in un raro filmato: «Mentre le altre arti sono riuscite a rinnovare le proprie capacità espressive, il teatro continua ad usare il suo linguaggio tradizionale. Ne nasce, soprattutto nel confronto con i mass-media, una sorta di confusione delle lingue. In questa situazione di incertezza ritengo necessario andare la ricerca del vero linguaggio teatrale, ammesso che esista, risalire alle origini della vita teatrale per renderci conto del modo in cui il teatro si configura nella cultura originaria, della sua collocazione, del suo linguaggio. È a questo punto che in laboratorio entra l’antropologia. L’antropologia è infatti in grado di fornire informazioni molto accurate su quella originaria forma di teatro che è la ritualità. Nel rito l’officiante si immedesima con il dio, perde la sua identità privata, diventa il dio. Questo è il nucleo della vita teatrale, ossia la capacità di diventare altro da sé. Successivamente il dio è stato sostituito dal personaggio ma l’operazione resta sempre la stessa. Oggi quest’operazione è stranamente conculcata, distorta, addirittura obliterata dai mille condizionamenti della vita moderna. Si tratta quindi di vedere se è possibile restituirla alla vita d’origine. In laboratorio sono partito dalla considerazione che in tutta la ritualità esistono oggetti-simbolo, rituali che fissati o manipolati dai credenti, dai partecipanti hanno il potere di scatenare stati di coscienza profonda, stati di trance. È proprio in questo evento teatralissimo che è la trance che si osserva la nascita dell’evento teatrale. Nella nostra cultura non abbiamo oggetti-simbolo validi per tutti poiché il nostro orizzonte culturale è estremamente frantumato e non possiamo ricorrere a oggetti simbolo significanti. In laboratorio siamo quindi ricorsi ad una serie di oggetti della vita quotidiana o astratti o anodini, partendo dall’ipotesi che esista una struttura psichica che presiede l’atto teatrale ed è sempre uguale a se stessa ma che è caduta in disuso. È possibile riattivarla? Questo è il problema. Ho creato quindi una particolare tecnica che ho chiamato mnemodramma o dramma della memoria. Ma non della memoria privata o non solo di quella, ma della memoria ancestrale e collettiva».

Tornato in Italia, sperimenta con i suoi giovani allievi una nuova tecnica di laboratorio che chiama mnemodramma mentre il suo Studio di Arti Sceniche diventa un centro di cultura interdisciplinare frequentato da artisti e intellettuali. Dal 1975 al 1978 dirige il Teatro Stabile di Bolzano dove presenta, fra l’altro, anche uno dei lavori dello Studio, il Leviathan, in cui gli attori lavorano secondo la tecnica del mnemodramma.

Alessandro Fersen scompare a Roma, il 3 ottobre del 2001. Nel 2004 la figlia Ariela crea la Fondazione Alessandro Fersen con l’intento di curare la divulgazione, lo sviluppo e lo studio delle opere e della metodologia di insegnamento del Maestro, una metodologia che oggi, in Italia e all’estero, è oggetto di tesi di laurea ed è praticata da molti suoi ex-allievi e studiosi.

da “Scena”, n.57, 2OO9

Genova, Via Somalia 2

Ho conosciuto mio padre, Alessandro Fajrajzen, all’età di sei anni quando, nei primi giorni del maggio 1945, è arrivato a piedi alla casa dei contadini a cui mi aveva affidato tre anni prima. Veniva ad accertarsi che io fossi ancora in vita. Tutti intorno a me erano molto eccitati: parlavano, piangevano, ridevano e mi ripetevano «tuo papà è tornato».

L’indomani mattina era scomparso, aveva ripreso il lungo cammino verso Milano per annunciare a mia madre che ero in vita.

L’ho rivisto dopo poche settimane quando siamo andati ad abitare a Genova nella palazzina di Via Somalia 2. In quel periodo mio padre fungeva da Segretario del Comitato di Liberazione Nazionale per Genova e la Liguria. Stranamente, mentre la confusione regnava dappertutto, la famigliola Fajrajzen ha vissuto allora l’unico periodo di normalità. Mio padre rientrava verso sera e dopo essersi riposato prendeva la fisarmonica, la sua bellissima ed amatissima fisarmonica nera, lucida, ornata ai lati da falsi brillantini e traendo un palese piacere suonandola mi insegnava canzoni in italiano, in francese ed in polacco.

Terminata la scrittura di Lea Leibowitz, mio padre e Lele Luzzati hanno voluto cominciare le prove nel salone che si trovava al pianoterra della palazzina. Ricordo le risate, gli attori improvvisati, Lele che una volta, per accontentare mio padre che gli aveva imposto di parlare Yddish, scandiva Faj-rajzen, il nostro cognome, agitando le mani e saltellando. Dopo è venuto il periodo dei due film Il grido della terra e Le mura di Malapaga. In quest’ultimo recitava Jean Gabin che spesso veniva in Via Somalia a parlare con mio padre. Probabilmente non lo ricorderei se non mi avesse viziato con leccornie che né i miei genitori, né gli altri ospiti di Via Somalia potevano permettersi a quei tempi.

La casa di Via Somalia non può essere definita un vero e proprio salotto letterario, ma il suo salone ha accolto artisti e poeti. Tra quelle mura si sono programmati spettacoli e mostre con entusiasmo e speranza.

Poi è arrivata la serata magica, la prima dello spettacolo Le allegre comari di Windsor nell’ambito della Stagione Mediterranea di Arte e Cultura organizzata da mio padre. Ai miei occhi la serata era la meraviglia delle meraviglie; la sorpresa che mio padre avesse permesso che io andassi a vedere lo spettacolo mi rendeva felice, sebbene interdetta. Mio padre aveva sviluppato una strana teoria pedagogica: più si è ignoranti e più si è felici, quindi per essere sicuro che rimanessi nella beata ignoranza aveva proibito che andassi al cinema, a teatro ed avrebbe preferito che non andassi a scuola. Al principio di non mandarmi a scuola aveva dovuto rinunciare perché su questo mia madre, maestra di professione, era stata irremovibile. Per il resto invece aveva rinunciato mia madre , per cui quando mi hanno detto che anch’io sarei andata alle Allegre comari, insieme alla gioia ricordo la sensazione, forse il presagio di qualcosa che stava per succedere. Qualche mese dopo mio padre partì per Roma. Ci siamo riavvicinati, ritrovati veramente, quando ho scelto una strada che mi ha portato lontana dall’Italia.

Alessandro Fersen o della curiosità

La figura e l’opera di Alessandro Fersen sono, come sappiamo, estremamente articolate e complesse. Sicuramente i relatori qui convenuti tratteranno adeguatamente i vari aspetti di una personalità così ricca e dai risultati così fecondi in diversi campi della letteratura e dell’arte. Da parte mia vorrei sottolineare un aspetto che mi è apparso costitutivo della sua intelligenza e del suo interesse per i diversi settori del sapere: la curiosità. Non mi riferisco ovviamente alla curiosità del pettegolezzo, del gusto frivolo dei particolari più o meno scabrosi della vita privata delle persone, ma della curiosità come molla dell’intelligenza che induce al divagare, al girare errabondi per diversi campi scientifici, in diversi orti intellettuali, portatrice sempre di domande e mai soddisfatta di risposte conclusive.

Negli incontri che ho avuto con lui, nelle conversazioni relative anche alla dimensione antropologica, sono stato sempre colpito dalla vivacità del suo sguardo, dall’acutezza dei suoi interessi, dalla sua curiosità, appunto. In questo, a mio avviso, risiede la dimensione esemplare di Alessandro Fersen e in questo mi sembra risiedere la forza del suo magistero intellettuale. Con i migliori auguri per la riuscita dell’incontro, vi invio i miei più cordiali saluti.